mercoledì 25 marzo 2015

In viaggio verso il Guatemala...

Stavo entrando in ostello, quando alle mie spalle è comparsa Anne. Ero stupita di vederla lì e, soprattutto, di vederla da sola. La sera che siamo arrivate a San Cristobal, dopo ore e ore di viaggio, io, lei e la sua amica ci siamo incamminate per le vie della città alla ricerca di quella che sarebbe stata la nostra sistemazione per la notte. Il giorno dopo io sono rimasta, contenta del mio letto in dormitorio, mentre loro hanno lasciato la camera doppia, alla ricerca di un'alternativa più alla portata delle tasche di due giovani backpackers.

Stava di fatto che l'amica di Anne era in viaggio verso il Quebeque perché il fidanzato l'aveva lasciata, che lei era tornata nell'ostello della prima sera, dove nel frattempo si era liberato un posto in camerata, e che il giorno dopo sarebbe partita per il Guatemala, come me.

Casualmente entrambe eravamo dirette a Panajachel e così l'indomani mattina ci siamo ritrovate sullo stesso shuttle.

Alle sette eravamo pronte. Abbiamo aspettato mezz'ora, tre quarti d'ora, un'ora. Poi, finalmente è arrivato l'autista che ci avrebbe condotte fino al confine, dove ci aspettava un altro minivan. Siamo state le ultime a salire. E a noi, di conseguenza, sono toccati i posti peggiori, davanti. Soprattutto il posto in mezzo, più alto, era scomodissimo; abbiamo quindi deciso di alternarci. 

Man mano che San Cristobal si faceva più lontana, la strada somigliava sempre più ad un sentiero, che si inerpicava tra le montagne. Anche nei tratti, vicini alla frontiera, in cui era più simile ad uno sterrato, i mezzi pesanti andavano e venivano, come gli uomini a cavallo nei loro cappelli da cowboy. 


Ero felice di andare in Guatemala e che quel giorno avrei raggiunto il Lago di Atitlan. Dopo un mese tra Yucatan e Chiapas, prima del previsto, ho deciso di lasciare il Messico: nei miei progetti rientrava anche una settimana nella capitale, ma poi mi sono resa conto che era davvero troppo fuori rotta. Ero in viaggio da un mese e iniziavo a sentire la necessità di fermarmi per un po'. Raggiungere subito il lago, quindi, era la scelta migliore che potessi fare.

Era il primo confine che attraversavo via terra. Sul lato messicano ha fatto tutto l'autista che, ritirati passaporti e denaro, ha espletato le formalità di uscita in meno di un quarto d'ora. Sul lato guatemalteco, che ho raggiunto a piedi insieme ad Anne e agli altri passeggeri con cui ho condiviso il viaggio, si è trattato di far apporre un timbro sul passaporto e di pagare l'equivalente di due euro, probabilmente una sorta di mazzetta; nessun altra richiesta, nessun controllo. 

La frontiera è una terra di nessuno. Un crocevia di gente, presa da traffici più o meno leciti. Chi vuole cambiare pesos in quetzales, trova persino il modo di salire sugli shuttle, con migliaia di banconote tra le mani. Tutti lì, posteggiati, in procinto di partire, i chicken bus, carichi all'inverosimile, sia dentro che fuori. Tanta gente che rovista nella spazzatura. Cani randagi. Questo è ciò che ho visto, di sfuggita, una volta terminata la trafila presso l'ufficio immigrazione, mentre salivo sul minivan che mi avrebbe portata a Panajachel.



Le montagne del Guatemala si sono subito rivelate di una bellezza sublime, forse più aspre di quelle del Chiapas, forse semplicemente rese più severe dal cielo tetro di quel momento, il momento del mio passaggio. 

Dopo tante ore di viaggio, quando finalmente mi è apparso il lago, sgombro da nuvole, cinto dai vulcani, con quel sole, rosso, che stava tramontando, ho pensato che non potevo aspettarmi nulla di più meraviglioso...




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