martedì 17 marzo 2015

Gli zapatisti sulla mia strada...

La nebbia era bassa. Copriva le montagne. Copriva la foresta. Copriva tutto ciò che potevo vedere. Interi villaggi erano come fagocitati dalla nebbia. Lo erano le case, quelle abitazioni di fortuna, precarie, che rappresentano l'unico riparo per chi vive un territorio così aspro. Lo erano tutti coloro che camminavano ai lati della strada, quasi invisibili.


Da quando era iniziato il mio viaggio, il Messico non mi era mai apparso così selvaggio. E nemmeno così impenetrabile. Riuscivo a malapena ad intravvedere la vita che si nascondeva subito dietro quel pesante velo grigio, bucato a tratti. Mi appariva chiaro, tuttavia, cosa poteva nascondersi laddove la strada non arriva: il Chiapas è così impervio che inevitabilmente stimola la fantasia di chi conosce storie che vedono come protagonisti bandidos e guerriglieri, anche se ormai sembrano avere fatto il loro tempo.






Sull'autobus, accanto a me, una giovane messicana. Sui sedili vicini, due signore con i loro bambini. Tutta gente del posto, quella in viaggio per San Cristobal de las Casas. Solo altre due ragazze come me, che - senz'altro - si muovevano con uno zaino sulle spalle.

Stavo fantasticando, quando l'autista si è fermato, in coda. Non si capiva cosa stava succedendo, finché un uomo, sceso dall'autobus, è risalito, dicendo: <<La carretera es cerrada... Los zapatistas...>>. Eravamo come in trappola: da un parte la parete della montagna, come un muro, dall'altra, a precipizio, una profonda valle, desolata.

Le possibilità di riuscire a fare manovra per tornare indietro erano scarse, ma l'autista, impavido. Un'ora di attesa, lì, fermi, nella speranza che la strada venisse riaperta. Poi, in men che non si dica, siamo ripartiti, nell'altro senso di marcia, verso Palenque. L'unica alternativa per raggiungere San Cristobal era quella di tornare sui nostri passi, scendendo da quelle alture, e attraversare la regione del Tabasco. Altre sei ore di viaggio mi attendevano, dopo le quattro che già avevo alle spalle.

La gente sull'autobus era tranquilla, quasi abituata a quel genere di situazione. Io non sapevo cosa pensare. Non mi sono fatta prendere dal panico, anche se in un primo momento, quando ho sentito che si trattava degli zapatisti, ho pensato di trovarmi in una situazione potenzialmente pericolosa. Ma cosa potevo fare se non starmene seduta al mio posto?

A metà viaggio una breve pausa per pranzare. L'autista si è addentrato tra le vie di quella che aveva tutta l'aria di essere una piccola città e si è fermato proprio di fronte ad uno di quei baracchini che preparano un po' di tutto - dai tacos ai tramezzini, fino alle banana chips - per pochissimi pesos.

Era buio quando sono arrivata a San Cristobal. Scesa dal bus, avevo un po' di timore ad incamminarmi da sola, tra quelle viuzze poco illuminate, che non conoscevo. Vicino a me, con una guida tra le mani, le due ragazze che avevo intravisto sul pullman, che dovevano avere il mio stesso obiettivo, quello di trovare un ostello per la notte. Io, in realtà, sapevo già dove andare. Gli ho quindi chiesto se volevano venire con me. E così, tutte e tre insieme, ci siamo incamminate.

In camerata, ho conosciuto Maia, argentina di Buenos Aires, in viaggio con la sorella e il cognato. Mi ha raccontato che anche lei sulla sua strada ha incontrato gli zapatisti. L'autista del pullman sul quale si trovava, però, ha pensato di aspettare lì, in coda. E così che li ha visti in faccia, i guerriglieri, o meglio, li ha visti tutti lì, schierati, sul bordo della strada, con il volto coperto.

La sorella di Maia, militante nel partito comunista argentino, era arrivata fino in Chiapas perché, da sempre, era affascinata dagli zapatisti. Voleva sapere qualcosa in più sul loro conto, sulla causa di emancipazione del popolo maya.

Così, una sera, mi è stato chiesto se volevo andare a El Caracol. Non sapevo esattamente di cosa si trattasse: ho scoperto, grazie alle spiegazioni della mia compagna di stanza, che era uno dei tanti covi in cui vivono le comunità zapatiste.

Non me la sono sentita di seguirli. Il giorno dopo, però, ho chiesto a Maia come era andata. Mi ha detto che la sorella era estremamente delusa. Non volevano farli entrare e tante erano le domande che hanno posto e che non hanno ricevuto riposta, una volta dentro al covo; nemmeno la più ovvia: <<Perché avete bloccato la strada l'altro giorno?>>. Chi lotta per una causa - come mi ha detto Maia - ha tutto l'interesse a far conoscere le proprie ragioni: i silenzi degli zapatisti, ai loro occhi, non potevano che apparire incomprensibili.

Solo il giorno seguente hanno trovato una spiegazione a tutto ciò che avevano visto: in una libreria di San Cristobal qualcuno gli avrebbe detto che il movimento zapatista, ormai, oltre ad essersi esaurito, sarebbe diventato uno strumento nelle mani del governo messicano per spingere i campesinos ad abbandonare le terre...

Chissà...

Quante persone si incontrano sulle strade del mondo e con loro quante idee...



 


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