martedì 10 marzo 2015

Da Holbox a Merida: quando senti di dover andare...

A Isla Holbox, alla fine, mi sono fermata un paio di giorni.

La mattina mi svegliavo sempre all'alba: era il momento ideale per quelle lunghe passeggiate sulla spiaggia, per rimanere sola, con me stessa, e pensare. 

Il pomeriggio lo passavo con Daniela, una ragazza svizzera che, dopo un corso di spagnolo a Città del Messico, ha deciso di viaggiare per un po' in Centro America. L'ho incontrata in camerata il giorno successivo al mio arrivo. Dopo le solite frasi di circostanza, quelle da ostello - Come ti chiami? Da dove vieni? Che giro fai? - le ore sono passate, tra una chiacchiera e l'altra, all'ombra di una palma. E così le ore sono passate anche il giorno successivo e quello dopo ancora, condividendo tacos, panuchas, quesadillas e, persino, una pasta al pomodoro. Il mio ultimo giorno sull'isola coincideva con il suo ultimo giorno di viaggio: se le circostanze fossero state diverse, probabilmente, avremmo fatto un pezzo di strada insieme.

Il 4 gennaio ho lasciato l'isola.

Isla Holbox era ciò di cui avevo bisogno per abituarmi a quella che era la mia nuova realtà: per la prima volta viaggiavo da sola e un contesto raccolto, dove non c'é granché da fare, protetto, si è rivelato semplicemente perfetto.

Poi, però, ho sentito il bisogno di riempire le mie giornate facendo qualcosa che mi tenesse impegnata; in fondo, avevo pensato abbastanza e, poi, non sono mai stata un tipo da spiaggia.

E così ho preparato il mio zaino e sono partita per Merida.

Traghetto per Chiquilà alle cinque del mattino, seguito da un allucinante viaggio in pullman, durato la bellezza di sei ore, con fermata in tutte le cosiddette comunidad che ci sono lungo il tragitto e sottofondo musicale caraibico, prima, e sacro (!!!), poi.

video

Scesa dal pullman ero stanca e un po' disorientata. Mi trovavo lontano dal centro e per raggiungere l'ostello dovevo camminare parecchio. Sapevo però che tutte le città messicane hanno un po' la stessa struttura: sono un insieme di vie, numerate, che formano una sorta di scacchiera, un po' come le antiche città romane.

Arrivata su Plaza Grande mi sono fermata ed ho tirato un sospiro di sollievo: l'ostello non doveva essere lontano. Intorno a me la folla, bancarelle che esponevano artigianato, le più svariate specialità culinarie su banchetti improvvisati, persino mariachi e coppie in costume che ballavano. Ho scoperto solo dopo che quel giorno (e i giorni successivi) a Merida si teneva il festival della cultura maya.


In città ho trascorso due giorni tranquilli, osservando, passeggiando, visitando (leggi Merida: i 7 must senza spendere un peso!).

Gli altri due giorni li ho dedicati a delle gite fuori porta, una a Izamal (leggi Izamal, il gioiellino coloniale), l'altra a Dzibilchaltun (Leggi Il sito archeologico di Dzibilchaltun...). A Izamal è andato tutto liscio. Da Dzibilchaltun, invece, ho rischiato di non tornare indietro (Dzibilchaltun: difficile da pronunciare, difficile da lasciare...).





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